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venerdì 2 novembre 2012

Cassandra. Le idee del 2001 e i fatti del decennio.

Milano, Palazzo della Ragione. Un grande salone dedicato alla lungimirante quanto scomoda riflessione nata dal contro-vertice di Genova nel luglio 2001, movimento che tutti sappiamo essere stato brutalmente represso in episodi che caratterizzano le peggiori pagine della nostra democrazia. A partire dalle analisi proposte in quell’occasione, la mostra propone oltre 250 opere e guida lo spettatore in un viaggio attraverso gli ultimi dieci anni di storia. 
Il colonnato centrale ha la funzione di “spina dorsale” dell’esposizione, poichè ospita una cronologia molto dettagliata di tutto il decennio: undici pannelli illustrano i fatti da non dimenticare, insieme a diverse prime pagine e un centinaio di vignette di Vauro, Altan ed Ellekappa. Le pareti sono invece riservate quasi esclusivamente alle opere dei fotografi e a diversi monitor che proiettano filmati di repertorio; in questo caso il percorso non segue un andamento di tipo cronologico bensì tematico: economia e lavoro, beni comuni, guerra e repressione, società e diritti. Ognuna di queste sezioni è accompagnata da descrizioni e osservazioni personali di grandi giornalisti, opinionisti e scrittori. Alla fine del percorso è stato inserito anche un piccolo contributo riguardante la città di Milano, con fotografie che vogliono raccontare l’impegno di donne, giovani e lavoratori milanesi nella difesa dei diritti e dei valori fondamentali. 
Questa esposizione parte senza dubbio da un’idea molto interessante, ma purtroppo ci sono svariate lacune per quanto riguarda la sua realizzazione pratica. Il difetto maggiore, che si percepisce subito all’ingresso, è la mancanza di chiarezza riguardo il percorso da intraprendere: la parte centrale del salone segue un andamento di tipo cronologico mentre quella laterale ne segue uno di tipo tematico, questo sicuramente disorienta lo spettatore, che non capisce subito da che parte deve andare ed è costretto a fare lo stesso percorso due volte per osservare con attenzione entrambe le sezioni. Inoltre le opere lungo le pareti sono disposte in senso antiorario, così come i pannelli testuali di accompagnamento; anche questo è un elemento innaturale, che sicuramente non aiuta ad immergersi pienamente nel percorso espositivo. Ancora riguardo i pannelli testuali, non sono state assolutamente rispettate le proporzioni spazio-testo: tra la sezione centrale e quella laterale c’è una grande area libera, situazione ideale per pannelli di grandi dimensioni, che consentano alle persone di leggere senza fatica e distribuirsi nello spazio in modo omogeneo. In questa esposizione accade invece il contrario, sono infatti presenti testi decisamente troppo lunghi e per niente incisivi, relegati in spazi piccolissimi e scritti con caratteri minuscoli e talmente fitti da costringere le persone ad avvicinarsi molto per leggere. In questi testi scarsamente fruibili ci sono anche le informazioni relative alle fotografie esposte, ma sarebbe stato sicuramente più utile scrivere poche cose direttamente sotto ogni fotografia piuttosto che costringere lo spettatore a leggere tutto per poi andare a cercare con gli occhi l’opera di cui sta leggendo. Anche perché in questo modo gli scatti sarebbero stati più distanziati tra di loro e non avrebbero portato confusione al primo impatto visivo. Mostra interessante, quindi, ma che non rende giustizia all’idea che ne sta alla base.

R.M.

sabato 6 ottobre 2012

Pablo Picasso. Capolavori dal Museo nazionale Picasso di Parigi.

Massacro in Corea, 1948.

In questi giorni presso Palazzo Reale è possibile fare un interessantissimo viaggio nel tempo. Mi riferisco alla retrospettiva dedicata a Pablo Picasso, a Milano fino al 6 gennaio 2013.

Già nel 1953 e nel 2001 la città aveva ospitato l'opera del grande artista spagnolo, il successo fu tale che la sezione iniziale dell'attuale mostra è riservata proprio all'omaggio della prima esposizione. Documenti epistolari e fotografici ripercorrono infatti l'arrivo di Guernica dal MoMa di New York e la sua esposizione nella grande Sala delle Cariatidi. 

Dopo questa breve parentesi introduttiva si entra subito nel vivo della mostra. Guernica non è presente, ma vengono proiettate a grandezza naturale le immagini della sua elaborazione e dei suoi studi. Molto importante è anche la presenza di Massacro in Corea, che invece nel 1953 era assente all'esposizione di Roma, per non turbare la sensibilità dell'alleato americano. In questa prima sala si ha immediatamente la percezione della filosofia e della poetica che stanno alla base dell'opera di Picasso, due grandi wall sono infatti interamente dedicati a citazioni che ne disvelano l'essenza. 

Tutto il percorso segue poi una struttura di tipo cronologico, vengono infatti affrontate poco per volta le varie fasi della crescita artistica di Picasso tra il 1900 e il 1972. Ci sono esempi del periodo blu e di quello rosa, della ricerca africana e del proto-cubismo, vengono illustrate tutte le fasi del cubismo, da quello Sintetico a quello Classico, non mancano le opere surrealiste e nemmeno quelle in cui si manifesta chiaramente il suo impegno politico. Quindici sale che rapiscono lo spettatore per due ore, accompagnandolo passo per passo nella crescita dell'artista e rendendo sempre più esplicito il concetto di trompe-l'esprit, appena accennato in uno dei due wall della Sala delle Cariatidi. Se con il trompe-l'oil si inganna l'occhio, con il trompe l'esprit Picasso vuole ingannare lo spettatore fin dentro l'anima e spingerlo oltre al suo abituale concetto di realtà. Da qui il termine di surrealismo, inteso come rappresentazione della natura in modo "più reale del reale". 

L'impronta di tutta l'esposizione è chiaramente di matrice didattica, elemento suggerito sia dalla scelta di disporre le opere in ordine cronologico, sia dall'elevato numero di pannelli esplicativi presenti, sia dalla precisione e dalla chiarezza di questi ultimi. Le pecche da segnalare sono due: le targhe e il posizionamento del Massacro in Corea. Le prime, infatti, non sempre sono posizionate accanto alle opere cui si riferiscono e capita che si crei un po' di confusione; per quanto riguarda l'opera del 1948 invece non è molto chiaro il significato della sua presenza nella prima sala. Forse si tratta di una scelta dovuta all'importanza del dipinto, ma credo che proprio per questo sarebbe stato meglio posizionarla con le altre in ordine cronologico, consentendo quindi allo spettatore di fruirne in seguito ad una giusta maturazione e presa di coscienza graduale. Ciò detto, però, è importante notare che di mostre di Picasso se ne sono viste molte negli ultimi anni, ma questa sembra essere la più rappresentativa di tutte, sicuramente anche grazie agli essenziali prestiti del Musée National Picasso di Parigi. 

R.M.

domenica 6 maggio 2012

Gustav Klimt. Disegni intorno al fregio di Beethoven.

Il 2012 è l'anno in cui si festeggia il 150° anniversario della nascita di Gustav Klimt e anche la Provincia di Milano ha partecipato alla grande commemorazione promuovendo la mostra a lui dedicata, visitabile dal 4 febbraio al 6 maggio presso lo Spazio Oberdan.

Nella prima sala del percorso espositivo è possibile ammirare i manifesti originali della Secessione viennese, accompagnati da alcuni numeri della rivista Ver Sacrum. Già da questo momento, complici le luci soffuse e i numerosi pannelli informativi, si ha l'impressione di trovarsi in una dimensione altra, in cui si percepisce molto facilmente lo spirito di innovazione e di cambiamento che dominavano il movimento; è interessante notare come l'allegoria e la metafora siano presenti fin dall'inizio, e quanto la loro forza sia prorompente in ogni manifesto e in ogni copertina.
La seconda parte della visita consiste nella parziale ricostruzione in scala 1:1 del Fregio di Beethoven, nella cui sala non manca il risuonare della Nona Sinfonia di Beethoven. Il fregio fu dipinto nel 1902 da Klimt in occasione della XIV mostra Secessionista presso il Palazzo della Secessione, si tratta di un'opera di dimensioni maestose e divisa in tre parti sia a livello concettuale sia di fruizione. Nella collocazione originale, infatti, si ha una parete lunga sulla sinistra per L'anelito alla felicità, una frontale più corta per Forze ostili, e nuovamente una lunga sulla destra per Inno alla Gioia; la musica era presente perchè con questo fregio l'artista si riproponeva di dimostrare che è possibile realizzare l'opera d'arte totale, che fonde cioè in se stessa arte, musica, poesia. Nel caso dello Spazio Oberdan la ricostruzione è parziale, in quanto la prima parete è presente soltanto in parte e in scala ridotta, mentre le altre due è possibile osservarle in tutta la loro interezza e maestosità. 
Proseguendo nel percorso si ha modo di conoscere un altro aspetto del lavoro di Gustav Klimt, ossia la sua grande attenzione ai dettagli e l'infinito studio che dedicava ad ogni figura ritratta: sono infatti esposti i suoi disegni e le sue bozze. La sensualità e la naturalezza che traspare da questi studi sono di una bellezza e di una immediatezza disarmante. 
Concludono la visita un interessante video sulla vita dell'artista ed uno spazio relax in cui poter gustare del caffè offerto da Bialetti, sponsor dell'esposizione.

Il percorso espositivo è dunque molto articolato, perchè comprende sia una parte più generale di introduzione al movimento sia una più particolare dedicata soltanto a Klimt e al fregio, ma è un'esposizione completa e davvero ben gestita. Il visitatore ha infatti la possibilità di apprendere molto sull'argomento perchè i pannelli di accompagnamento sono approfonditi e di facile lettura e comprensione. Una pecca da segnalare è la ricostruzione del fregio, non si tratta tanto della qualità, quanto più della collocazione totalmente diversa rispetto all'originale. La prima parete è presente solo in parte e in scala ridotta, la seconda è in scala 1:1 ed è splendida, mentre la terza è sì in scala 1:1 ma è spezzata su due pareti. Così facendo, pur riproducendo nel dettaglio le due pareti, si è andata a perdere la visione d'insieme dell'opera e quindi anche un po' della sua carica emotiva e poetica. La scelta di collocare i disegni alla fine è invece decisamente pregevole, poichè il visitatore giunge a quella sezione dopo aver osservato le riviste, i manifesti, il fregio, e ha in mente in modo più chiaro tutto il contesto senza il quale non sarebbe possibile apprezzarli pienamente. 

Probabilmente una ricostruzione del fregio più fedele all'originale avrebbe portato alla completa promozione di questo evento, ma è indubbio che nonostante tutto la sua fruizione sia un'esperienza molto particolare, che tutti dovrebbero fare. Non è infatti un'esposizione autoreferenziale e rivolta ad un pubblico esperto, ma riesce ad insegnare e trasmettere nuovi contenuti, per questo motivo è accessibile e comprensibile anche ad un visitatore poco informato, e si tratta di un pregio davvero lodevole.


R. M.

domenica 4 marzo 2012

La transavanguardia italiana.

Quella sulla transavanguardia italiana è un'interessante mostra ospitata al Palazzo Reale di Milano. Oggi sarebbe dovuto essere l'ultimo giorno di esposizione ma il suo grande successo ha fatto sì che venisse prolungata fino al 22 aprile. 

I cinque artisti esposti fanno parte di un movimento che vuole attingere dal materialismo delle avanguardie novecentesche per poi superarlo e recuperare il gusto della pittura e del processo creativo, ricercando la comunicazione con il mondo circostante in modo armonioso ma non diretto e lineare. Nasce negli anni Ottanta e i contributi degli anni precedenti sono spesso molto evidenti, come per esempio la riduzione dell'immagine agli elementi essenziali e l'utilizzo di colori forti e d'impatto. La ricerca del contatto con le tradizioni primordiali è testimoniata anche dai numerosi esperimenti a livello tecnico e dall'uso di diversi materiali applicati alle tele.

La prima sala del percorso è dedicata interamente ai pannelli introduttivi, si entra poi nel vivo della mostra con le sale dedicate ai vari artisti.
Nicola De Maria: la sintesi in questo artista è assoluta, i colori sono molto forti e dominano il rosso, il blu e il verde; le linee del suo "Gialla canzone del mare" portano subito alla mente quelle di Kandinsky nella "Dolce salita".
Francesco Clemente: è chiaramente uno degli esponenti della transavanguardia più vicini in assoluto al neoespressionismo, dominano infatti i colori cupi ed una visione drammatica della vita. 
Sandro Chia: anche qui l'esplosione dei colori è evidente ma a differenza di De Maria l'impatto è meno forte, forse anche per via del fatto che i soggetti sono molto meno astratti. Il tributo futurista è piuttosto evidente, specialmente in "Due pittori al lavoro". 
Mimmo Paladino: la caratteristica di questo artista è il superamento della bidimensionalità pittorica grazie all'utilizzo di materiali plastici e oggetti di recupero; l'esempio più lampante di questo stile si ha con l' "Affurtunato".
Enzo Cucchi: l'ultima parte del percorso porta a scoprire un'arte più delicata, con colori tenui e linee gentili. Degno di nota è l'utilizzo massiccio della carta fotografica applicata alla tela, una tecnica pittorica decisamente particolare. Molto interessante è "Fare un quadro", il cui supporto è bucato.

Nonostante gli stili differenti e le diverse tematiche affrontate, una caratteristica che unisce tutti e cinque gli artisti è chiaramente quella dell'amore per la sperimentazione, sia per quanto riguarda la tecnica mista, sia per l'utilizzo dei supporti più diversi (tela, lino, carta fotografica). Un altro elemento comune è costituito dalle grandi dimensioni delle opere: si tratta certamente di una scelta legata anche alla loro ricerca di comunione con il mondo e di integrazione dell'opera d'arte con l'ambiente circostante. 

C'è anche una sala video in cui è possibile ascoltare la voce del curatore Achille Bonito Oliva e degli artisti. Si tratta sicuramente di un contributo importante, ma che va a sommarsi ai numerosi pannelli informativi situati all'ingresso e lungo tutto il percorso, provocando forse un eccesso di parole pompose e autoreferenziali che confonde il fruitore della mostra. 
Oltre a questo c'è poi da considerare che la grafica dei pannelli lascia molto a desiderare dati i caratteri decisamente piccoli, gli errori di battitura, la lunghezza spropositata dei testi, e l'inefficacia didattica degli stessi. In alcuni casi addirittura sono stati notati imperdonabili errori di accostamento tra i cartellini descrittivi e le opere esposte.

Si può quindi dire che l'esposizione è molto ricca a livello contenutistico, le opere esposte sono interessanti e offrono diversi spunti di riflessione e studio. Dal punto di vista didattico è però eccessivamente autoreferenziale e non molto chiara ad occhi inesperti e, considerando che si tratta di un movimento artistico decisamente poco conosciuto, forse sarebbe stato più efficace puntare più sulla chiarezza che sulla retorica.

(Fonte fotografie: sito ufficiale della mostra)


R.M.

venerdì 3 febbraio 2012

Pixar. 25 anni di animazione.

Se volete dimenticare per un paio d'ore la vostra età anagrafica e immergervi nel mondo di Toy Story, A Bug's Life, Monsters & Co., Alla ricerca di Nemo, Gli Incredibili, Cars, Ratatouille, WALL•E e Up, questo è il momento giusto per farlo. Alla mostra della Pixar, al PAC di Milano. Fino al 14 febbraio.

All'interno delle diverse sale sono presenti moltissimi lavori la cui bellezza sta, forse, proprio nel fatto che non sono nati per essere esposti. Si tratta di bozze, di esperimenti, di annotazioni. Guardando quei disegni si può entrare in contatto con un mondo completamente diverso da quello che traspare guardando il prodotto finito. 

«La ricchezza del patrimonio artistico che viene plasmato per ogni film raramente esce dai nostri studi, ma il prodotto finale – il lungometraggio – che raggiunge ogni parte del mondo, non sarebbe possibile senza questa fase artistica e creativa».

John Lasseterchief creative officer di 
Walt Disney and Pixar Animation Studio 
fondatore di Pixar (insieme a Steve Jobs)

Dei comunissimi fogli di carta, uniti ad altrettanto comuni matite, pastelli e pennarelli, acquistano nuova vita e grazie alla mano di un vero artista nascono stupendi paesaggi e giochi di colore. Ad accompagnare i disegni e le bozze ci sono anche alcuni esempi di modelli tridimensionali d'argilla, elaborati dagli scultori in modo che i modellatori in 3D abbiano sempre presente come si combinino tutte le parti del corpo dei diversi personaggi.

A interrompere la sequenza di disegni e modellini c'è un angolo dedicato ad una versione tridimensionale dello Zootropio in cui i personaggi di Toy Story, i giochi di luce, e la musica di sottofondo, catturano l'attenzione dei visitatori. 
Un'altra particolartià di questa esposizione è "Artscape", installazione multimediale ad alta risoluzione che permette di rivivere in versione animata tutto quello che si era visto poco prima su carta e argilla.

Al piano superiore l'esposizione si conclude con una sezione interamente dedicata ai filmati. 
Nella prima sala è possibile visionarne uno in cui vengono spiegati tutti i passaggi del processo creativo e in cui vengono portati degli esempi di come si sussegue la registrazione dei dialoghi, l'animazione, la cura dei dettagli, gli effetti sonori, ecc. Interessante notare ad esempio che i dialoghi vengono registrati per primi, solo in un secondo tempo entrano in gioco i disegnatori. Questo perchè le parole e la loro intonazione sono fondamentali per poter sapere come disegnare un personaggio. In una seconda sala sono esposti diversi schermi sui quali scorrono i diversi cortometraggi che hanno caratterizzato l'opera della Pixar nel corso del tempo, ed anche una breve anteprima di Brave, in uscita a giugno 2012.

Lungo tutto il percorso, e all'ingresso di ogni sala, ci sono moltissimi pannelli esplicativi grazie ai quali è possibile scoprire un po' alla volta il meraviglioso mondo Pixar. Subito all'ingresso viene spiegato, ad esempio, come lo strumento del "Colorscript" traduca visivamente il contenuto emotivo della storia, e come ne guidi lo sviluppo durante la narrazione. Mentre al piano superiore è spiegato nel dettaglio tutto il processo creativo, quello di cui parla anche il video.

I lati positivi di questa esposizione sono molti, a cominciare dalla sua caratterizzazione di tipo didattico. I pannelli informativi sono numerosi e ricchi di dettagli che riescono ad essere curiosi e davvero istruttivi. Di notevole importanza anche l'attenzione riservata al pubblico dei più piccoli, dando loro la possibilità di procurarsi audio-guide su misura, e di frequentare workshop gratuiti durante i fine settimana. 
Un gradevole diversivo è offerto, questa volta agli interessati di tutte le età, dall'iniziativa "Pixarizziamo la città": si tratta di varie collaborazioni con diverse strutture della città di Milano, quali l'acquario civico, il Museo della Scienza e della Tecnologia, ed il Museo di Storia Naturale, in cui i personaggi Pixar sono protagonisti. Interessante anche la possibilità di organizzare in loco un Corporate Event per le aziende, con visita guidata privata ed evento a tema.

C'è però una critica che mi sento di fare riguardo la disposizione del materiale esposto. Per prima cosa i disegni, le bozze ed i modelli sono disposti in modo apparentemente casuale, non è infatti chiaro quale sia il filo conduttore che porta da uno all'altro. Leggendo la cartella stampa ho intuito che Lasseter volesse mettere in evidenza le macrosezioni di "personaggio", "storia" e "mondo", ma tutto questo non è affatto evidente e se non lo avessi letto non avrei mai capito. In secondo luogo io personalmente i cortometraggi li avrei messi all'inizio dell'esposizione, trattandosi della cosa con cui la Pixar ha iniziato a farsi conoscere. L'ultimo appunto riguarda invece la presenza alla fine della mostra di una parete letteralmente tappezzata di Galaxy Tab, con un chiaro invito ad usarli per farsi fotografie e filmati. Credo che questo spazio palesemente dedicato allo sponsor (Samsung) sia piuttosto fuori luogo, e abbia fatto scadere un po' tutto il lavoro esposto in precedenza. 

Dal punto di vista emotivo comunque l'impatto è senza dubbio molto forte, chi ha amato i film d'animazione targati Pixar ed i suoi cortometraggi non può che amare questa presentazione. Nonostante alcuni difetti, a conti fatti di poca rilevanza, l'esposizione risulta promossa a pieni voti. 



R.M.

sabato 5 novembre 2011

Dirty Corner - Anish Kapoor

Pochi giorni fa sono venuta a sapere che c'era un'esposizione di Anish Kapoor a Milano, dislocata tra la Rotonda di Via Besana e la Fabbrica del Vapore. Purtroppo la parte relativa alla Rotonda si è conclusa il 9 ottobre scorso, quindi mi sono dovuta limitare alla Fabbrica del Vapore, che invece è aperta al pubblico fino all'8 gennaio 2012 alla modica ci fra di 6€ (4€ con il ridotto).

Anish Kapoor è uno sculture ed architetto anglo-indiano che costituisce uno dei maggiori esempi di arte contemporanea a livello mondiale.  La caratteristica principale delle sue opere è che, a suo dire, prendono davvero vita solamente con l'esperienza da parte dello spettatore. 
È un discorso che a me ricorda molto il concetto della Ruota del Dharma: l'opera nasce con la scultura, per mano dell'artista, e si completa con l'esperienza.


Questo concetto è molto forte in Dirty Corner. Si tratta di un'installazione site-specific, e cioè che Anish Kapoor ha creato appositamente per questo polo espositivo: un enorme tunnel in acciaio, lungo circa 60 metri, alto circa 8, con un diametro di circa 3 e con un'imboccatura che somiglia molto ad una calla.
La prima "tappa" di questa esperienza particolare è l'obbligo di firmare una liberatoria: senza saperlo si sta già iniziando a sperimentare le sensazioni che dopo avranno letteralmente il sopravvento, ancora prima di pagare il biglietto d'ingresso! Con la firma di quel foglio, in cui si sollevano l'artista e gli organizzatori da qualsiasi responsabilità relativa alle eventuali "conseguenze" della visita, si sta accettando l'ignoto. Ammetto che, essendo una cosa così insolita, ha un po' agitato sia me sia le mie compagne d'avventura.
Dopo aver firmato e pagato il biglietto si entra in questa enorme sala della Fabbrica, chiamata "Cattedrale". Il contrasto tra la sala illuminata a giorno dalle immense vetrate e il buio che si vede al centro del tunnel è davvero forte: anche questo, ripensando alla situazione, contribuisce inconsciamente ad aumentare il senso di ansia. Altro elemento che prepara all'accettazione dell'ignoto è il fatto che la fine della sala non è visibile, c'è un muro che impedisce di vedere dove finisce il tunnel o com'è alla fine, se c'è un'altra apertura, niente. Una cosa cui invece inizialmente non è ben chiaro il significato è il cumulo di terra che, nel corso del tempo previsto per la mostra, ricopre gradualmente il tunnel, ma andiamo per gradi.


Una volta preso atto del fatto che si sta per passare da una situazione perfettamente sotto controllo, illuminata e nota, ad un'altra di cui nulla ci è dato sapere se non la lunghezza del percorso, ci si trova di fronte all'imboccatura. Oggi eravamo solo in tre, quindi abbiamo avuto tutto il tempo di guardarci intorno indisturbate, osservare il contesto, e prepararci ad entrare... ma quando è stato il momento di iniziare il percorso, tutte quante eravamo ugualmente abbastanza agitate. All'inizio, per via anche dell'apertura a forma di calla, il tunnel non è molto buio, quindi si procede a passi abbastanza sicuri. Dopo un po', però, si inizia a percepire un senso di smarrimento: il piano d'appoggio non è regolare, quindi i passi sono sempre più piccoli e sempre meno sicuri, le pareti sono molto larghe e oltretutto, trattandosi di un tunnel, sono concave e non è possibile usarle come riferimento. 
Dirty Corner punta senza dubbio alla deprivazione sensoriale, non aggiunge stimoli anzi ne toglie: toglie al corpo le sue sicurezze e gli impedisce di adottare le sue solite reazioni agli stimoli. Nel momento in cui mi accorgo di essere circa a metà del percorso, ricordo anche il cumulo di terra: è proprio sopra di noi in quel momento, e l'idea di trovarsi sotto un cumulo di terra, in un posto di cui non si vede l'uscita, non è esattamente rilassante. 
Poco alla volta si arriva all'uscita, non c'è nessuna rassicurante "luce infondo al tunnel", nessuno sbocco enorme, c'è solo una piccola porticina che invita all'uscita. E in ogni caso, anche vedendo quel piccolo spiraglio di luce, il sollievo non è poco.
Una volta terminato il percorso, non essendoci nessun altro, decidiamo di ripeterlo. Inutile dire che l'abbiamo fatto in meno della metà del tempo e con molta più spavalderia. Questa è la prova del fatto che il tema della materialità del vuoto, molto presente in Kapoor, è stato centrato in pieno: ho provato delle sensazioni incredibili e ho sperimentato l'enorme tangibilità dell'assenza. A conferma di quello che ho detto in apertura, nelle opere di questo artista c'è senza dubbio un contributo fondamentale dell'esperienza umana. Anche leggendo questo post è possibile vivere il percorso, ma non sarà mai come farlo personalmente; soltanto così l'opera avrà vita in noi. 

In conclusione quindi mi sento di dire che a mio parere si tratta di un'installazione riuscitissima, con un contesto curato nel dettaglio e che permette di inserirsi per gradi nella sperimentazione dell'opera. 


R.M.

lunedì 27 settembre 2010

Personnes - Christian Boltanski

Ieri, con la dispersione dell'opera, si è definitivamente conclusa Personnes, l'esposizione di Christian Boltanski all'Hangar Bicocca di Milano. Inizialmente doveva terminare il 19 settembre, ma è stata prolungata per via della grande affluenza.

Per comprendere questa installazione, però, credo sia necessario fare una piccola presentazione dell'artista. Christian Boltanski è un artista contemporaneo francese, nato nel 1944 e tutt'oggi vivente. I temi che ricorrono maggiormente nelle sue opere sono l'infanzia, l'inconscio, la morte, l'assenza, la perdita e la memoria, quest'ultimo tema probabilmente è dovuto anche fatto che il padre era ebreo e quindi in lui è molto forte il ricordo della Shoah. Le opere di Boltanski sono perlopiù installazioni che vedono l'utilizzo di foto, film, video e collage in generale: spesso adopera oggetti che in realtà non ha mai posseduto, in modo da ricostruire la propria storia personale attraverso la storia di tutti. 

Ora possiamo finalmente entrare alla mostra. All'ingresso c'è l'unico pannello che introduce brevemente quello che si andrà a vedere, non parla però di nulla di quello che ho scritto poco fa, quindi si tratta a mio parere di una cosa abbastanza banale e poco utile se una persona non si è documentata prima. 
Appena entrati ci si immerge in un ambiente molto buio, è un lungo corridoio con uno strano sottofondo musicale: la registrazione dei cuori di tutti i visitatori delle mostre precedenti (il progetto di Boltanski è quello di archiviare l'umanità attraverso Les archives du cœur - L'archivio dei cuori). Sulla sinistra di questo corridoio, inoltre, scorrono dei video muti che ritraggono alcune persone occupate nei più diversi lavori manuali; la percezione che ho avuto in quel momento è stata quella di abbinare il battito del cuore a quelle persone ed è stato come sentirle più vicine, forse l'artista voleva proprio questo effetto, o forse voleva solo costruire una specie di memoria collettiva come quella di cui si parlava nell'introduzione, non lo so. 
Poco più avanti il corridoio si allarga e diventa più luminoso, il battito dei cuori si fa più forte e si può vedere una strana installazione: delle torri fatte con vari materiali come vetro, cartone ed altre cose sicuramente riciclate o recuperate, danno l'idea di trovarsi in una specie di città fantasma, idea accentuata anche dal fatto che il battito dei cuori è più forte e quindi sembra invadere gli spazi vuoti.
L'ultimo ambiente è quello forse più caratteristico e denso di significati. Una montagna di vestiti usati simboleggia l'assenza, poichè mancano proprio fisicamente le persone che li hanno indossati; questi vestiti vengono poi spostati in modo casuale da una gru, riconducibile al caso (o alla mano di Dio) che domina la vita delle persone e decide come spostarle, dove e in che modo. Il significato di questa sezione però è ulteriormente accresciuto negli ultimi due giorni: sabato e domenica, infatti, era possibile partecipare alla dispersione dell'opera portando via alcuni vestiti dal mucchio. In questo modo è come se i vestiti prendessero nuova vita, e allo stesso tempo la mostra può dirsi eco-sostenibile dal momento in cui per gran parte si è dispersa in modo autonomo e senza spreco di materiali.

Si tratta quindi di un'esposizione molto particolare, mi è piaciuto soprattutto il lato interattivo della cosa, non solo per il fatto dei vestiti, ma anche perchè per tutto il periodo di apertura della mostra era possibile registrare il battito del proprio cuore ed arricchire ulteriormente l'archivio dei cuori. Inoltre per essere una mostra di arte contemporanea, 
una volta preso atto di quei due o tre concetti base che sono le linee conduttrici dell'arte di Boltanski, secondo me era molto semplice da comprendere.




R.M.

venerdì 24 settembre 2010

Salvador Dalì. Il sogno si avvicina



Mercoledì pomeriggio ha avuto inizio questa grande esposizione e io, da buona ammiratrice di Dalì, mi ci sono fiondata al volo :)  Prima di esprimere il mio giudizio personale però vorrei fare una piccola premessa introduttiva per chi non ci è ancora stato.



Il percorso della mostra prevede quattro aree tematiche, che si sviluppano lungo sette stanze:

1. Paesaggi storici: guardare dietro di sé e intorno a sé. Le opere di questa sezione hanno tutte a che fare con il passato dell'artista

- Stanza della memoria (Venere di Milo con cassetti)
- Stanza del male (Melanconia atomica)

2. Paesaggi autobiografici: guardare dentro di sé. In questa sezione ci sono le opere più surrealiste e si approfondisce il tema dell'inconscio.

- Stanza dell'immaginario (Ricerca della quarta dimensione)
- Stanza dei desideri (Stanza di Mae West)

3. Paesaggi dell'assenza: guardare oltre di sé. Qui la persona umana scompare gradualmente per lasciare spazio solamente al paesaggio.

- Stanza del silenzio (Cammino dell'enigma)
- Stanza del vuoto (Il rapimento di Europa)

4. Epilogo. Si tratta della stanza conclusiva, dedicata al rapporto dell'artista con Walt Disney.

L'ingresso è già di per sè molto particolare: si oltrepassa un tendone scuro e si entra in un corridoio molto buio, l'unica cosa illuminata è la parete laterale su cui sono riportati due interessanti brani ad introduzione della mostra.

Dopodichè si procede nelle due stanze successive. Qui il gioco di luce dell'ingresso prosegue, la luce è infatti concentrata solo sulle opere esposte e questa scelta stilistica secondo me è davvero bellissima, perchè in questo modo chi cammina tra le opere esposte riesce realmente ad isolare se stesso, concentrandosi soltanto sulle opere e su ciò che lo circonda (notare per l'appunto il titolo dell'area tematica: guardare intorno a sè).  

Con il subentrare del secondo tema cambia anche l'illuminazione, che nelle stanze successive diventerà rosso acceso, azzurro o bianco, anche in relazione ai temi trattati.

Le luci non sono però il solo elemento degno di nota, va infatti detto che lungo tutto il percorso espositivo sono presenti moltissimi pannelli esplicativi, sia dell'area tematica, sia della stanza in particolare, sia delle opere più particolari. Non mancano nemmeno i video con le interviste all'artista, tutti elementi secondo me importantissimi.

Gli elementi più importanti della mostra però, quelli che le danno un tocco di originalità e che le permettono di non scadere nel banale, non sono tanto i dipinti (pur essendo naturalmente di altissimo livello), bensì la ricostruzione della Stanza di Mae West ed il filmato inedito di Walt Disney.

Per quanto riguarda la Stanza di Mae West le cose da dire si restringono solo ad un puro e semplice: andate a vederla. Si tratta di qualcosa di veramente unico nel suo genere, per la prima volta vengono usati un proiettore ed uno schermo al posto dell'usuale gioco di specchi: così facendo ci si avvicina molto di più all'idea originale di Dalì e si percepisce ancora di più quanto questo artista abbia anticipato di decenni l'arte pop.

L'ultima stanza è dedicata a Destino, cortometraggio realizzato in collaborazione tra Dalì e Walt Disney, ultimato solo nel 2003. Guardando questa breve animazione si percepisce la mano di Dalì in ogni minimo dettaglio ed è anch'esso molto interessante. Nella stanza sono poi presenti alcuni disegni eccezionalmente esposti grazie alla collaborazione della Walt Disney Company.

I giochi di luce, l'ampia documentazione audio-visiva e il prezioso contributo di alcune opere eccezionalmente esposte, rendono quindi questa mostra assolutamente degna del nostro tempo. Vorrei però fare un'ulteriore precisazione, Dalì è un autore notoriamente complesso e molto particolare, quindi non ci si deve aspettare di comprendere tutto ciò che si vede. Molte opere e molti dipinti appariranno oscuri ai vostri occhi, così come in parte lo è stato per me, però a mio parere una mostra del genere va vista, anche a costo di apprezzarne solo il lato più superficiale. Dico questo in primo luogo perchè si tratta di una delle poche manifestazioni artistiche a cui sono stata che ritengo essere stata curata molto bene, in secondo luogo perchè una pittura a livello di quella di Dalì è davvero difficile da trovare, la cura dei dettagli, i colori, i contrasti, sono qualcosa di unico ed irripetibile che i libri non potranno mai trasmettervi.

R.M.

giovedì 2 settembre 2010

It’s not only Rock’n’Roll, Baby!

Le mie aspettative legate a questa mostra in Triennale Bovisa (Milano) erano molte. Mi incuriosiva parecchio l'idea di vedere come dei grandi artisti del rock hanno provato ad esprimersi anche attraverso il pennello, la fotografia o il collage. Gli artisti esposti sono dodici: Alan Vega, Andy (dei Blue Vertigo, l'unico italiano), Antony (Antony and the Johnsons), Bianca Casady (CocoRosie), Chicks on Speed, Devendra Banhart, Fischerspooner, Kyle Field, Patti Smith, Pete Doherty, The Kills, Herman Dune. 


Prima di entrare ci è stato dato un foglio a4 con l'elenco numerato delle opere esposte, con giusto un paio di informazioni circa la loro dimensione e la tecnica di realizzazione, ed un altro piccolo depliant con qualche riga introduttiva alla biografia degli artisti. All'inizio della mostra c'è un breve riquadro introduttivo su quello che si andrà a vedere, poi nulla per tutto il resto dello spazio espositivo. In ogni stanza, infatti, sono presenti solamente le opere, esposte per la maggior parte in ordine molto lineare. Sotto di loro soltanto un numero, che trova corrispondenza nel foglio sopraccitato; foglio che tra le altre cose non rispetta l'ordine di comparizione delle opere, quindi si deve stare molto attenti a quel diavolo di numerino messo lì sotto (molto pratico devo dire!). L'ultima stanza dell'esposizione è poi dedicata alle interviste fatte dal curatore della mostra (Jérôme Sans) a tutti gli artisti. Ora, visto che queste interviste sarebbero state perfette per introdurre i vari artisti volta per volta, non era forse meglio usarle proprio a questo scopo? Sono pronta a scommettere che il 70% delle persone, arrivate a quella stanza, perde la pazienza di leggere dopo due, massimo tre interviste. E come non capirli, ormai sono fuori contesto e mettendole così tutte insieme non vengono apprezzate/capite.


A mio parere si tratta quindi di un'esposizione organizzata davvero male.
Tanto per cominciare perchè è troppo confusionaria, cosa costava mettere la classica etichetta sotto al quadro anzichè fare un inutile e incasinato foglio a4? In questo modo, oltre a sprecare inutilmente della carta, si distrae moltissimo colui che guarda perchè anche solo per sapere il titolo dell'opera deve mettersi lì e cercarlo sul foglio. Non è per niente immediato, e francamente lo trovo proprio inutile. 


In secondo luogo penso che chi va ad una mostra d'arte voglia imparare qualcosa. E come può farlo se nessuno gli dà delle informazioni in più? Sappiamo benissimo tutti che l'arte non è riassumibile in poche parole, però mettendo delle didascalie un minimo introduttive, se non al singolo quadro almeno all'autore, è sicuro che si offrono degli spunti di riflessione. Se poi ad una persona interessa, allora prende e si studia l'argomento per conto suo (proprio per questo ritengo che le interviste sarebbe stato meglio metterle passo passo un po' alla volta, ed in relazione a quello che trattavano). Anche perchè qui si trattava di una mostra molto particolare. Se devo andare ad una mostra su di un artista specifico, oppure su un movimento artistico preciso, allora è molto probabile che prima leggerò qualcosa, mi documenterò minimamente sull'argomento. Ma in una situazione come questa è pressochè impossibile farlo. Si tratta di dodici artisti, conosciuti dai più solamente dal punto di vista musicale. A parer mio si sarebbero quindi dovute sprecare due parole in più per permettere al fruitore di apprendere realmente qualcosa, anche perchè si trattava per la maggior parte dei casi di arte concettuale. 


Io sento che oggi il mio bagaglio culturale si è arricchito veramente poco, perchè ho apprezzato molto Andy dei Bluvertigo, che non conoscevo in questa veste, però per il resto è stato davvero difficile entrare in contatto con l'opera e capirne qualcosa.

Andy. True Blue. Acrilicofluo su tela


Quello che credo io è che una mostra debba avvicinare la gente all'arte, debba invogliare le persone a frequentare i luoghi di cultura e in questo caso secondo me la Triennale ha fallito in pieno. Ho percepito questa esposizione come qualcosa di molto elitario e dedicato solo a una certa nicchia di pubblico. Parlando proprio di questo con chi mi ha accompagnato nella visita, è venuta fuori una somiglianza con la filosofia che trovo geniale. Ci sono alcuni filosofi che sembra quasi che non vogliano essere capiti, perchè usano un linguaggio contorto e molto complesso .. lo stesso funziona per le esposizioni come questa, sembra che l'arte in questi casi non voglia essere spiegata, non voglia essere capita. 


Naturalmente tutto ciò che ho scritto è molto personale, quindi chiunque non condivida può benissimo commentare e dire la sua. Mi piace lo scambio di opinioni, sempre e comunque :)

R.M.